Translate

domenica 26 novembre 2017

Finalmente una moderna biografia di Scipione Gonzaga

E' in libreria, per i tipi di Odoya, la biografia "Scipione Gonzaga, vita burrascosa e lieta di un aspirante cardinale del Cinquecento". L'avventurosa vicenda di un cadetto che, dietro le quinte, contribuì all'affermazione della nostra lingua, e della nostra identità nazionale.



Scipione Gonzaga fu amico di Torquato Tasso, del Palestrina e di San Luigi.
La vicenda si svolge in particolare a Padova, Mantova, e Roma, ma anche in Germania.


 Poeta o spadaccino? Mecenate o diplomatico? Uomo di chiesa o d'armi? Ecclesiastico o guerriero? In realtà Scipione Gonzaga fu ben di più: ebbe un ruolo di primo piano nel fermento che in quel secolo portò all'affermazione di quella che oggi è la lingua italiana (e, possiamo aggiungere, della nostra identità nazionale). Il suo ruolo di mecenate permise ad alcuni tra i migliori talenti di incontrarsi e di affinare le proprie abilità; tra questi Torquato Tasso e Battista Guarini. Egli infatti coordinò la revisione de "La Gerusalemme Liberata", contribuendo in modo significativo alla scelta dei vocaboli, e determinando così, per l'immediata, enorme diffusione dell'opera, il lessico che noi usiamo ancora oggi.
 La narrazione ripercorre la perdita del padre, le insidie del tutore (un parente -il celebre duca di Sabbioneta!- che, approfittando del ruolo, intendeva spogliarlo dell'eredità), gli studi compiuti lontano dalla famiglia (ma con tutte le preoccupazioni del caso) a Padova. Infine la corsa al cardinalato, trascorsa tra gli ozi letterari, le battaglie giudiziarie, e gli sgambetti di parenti e falsi amici. Insomma il libro vuole aprire, attraverso le vicende del Protagonista, uno spaccato dell'Italia di quei tempi, un'Italia straordinariamente fertile di idee, ma traversata dal crescente incubo dell'Inquisizione, e minacciata dalla prorompente espansione dell'impero islamico (è qui che si colloca non a caso il successo del Tasso, i cui meriti vanno condivisi col Gonzaga), un'Italia ricca di speranze, e dove prendeva corpo, in una fase ancora embrionale, l'idea di un'unica nazione, di un mondo dove tutti pagassero i tributi, dove fosse posta in discussione persino la proprietà privata.


San Martino dall'Argine ospitò tra gli altri Torquato Tasso.
San Martino dall'Argine (Mantova): dove sorgeva il castello del Protagonista (da wikivoyage.org, lic. CC BY-SA 3.0) 


 E' l'Italia di un altro grande Gonzaga, san Luigi, la cui breve esistenza si intreccia con quella del cugino Scipione, con cui condivide alcuni episodi davvero focali della sua esistenza (il libro, ricordiamo, non è affatto un romanzo). Nel corso della lettura emergono però anche i rapporti del mecenate cinquecentesco con altre grandi figure dell'epoca, come Pierluigi da Palestrina, il più celebre compositore dell'epoca, e Federico Borromeo, il fondatore della Biblioteca Ambrosiana (che è seconda al mondo solo alla Vaticana), o come i santi  Carlo Borromeo e Filippo Neri.
 Si è inoltre voluto rendere giustizia a molti nomi oggi dimenticati che ai loro tempi conobbero il dovuto rispetto. Un'indubbia riscoperta è il segretario del Protagonista, Giacomo Pergamini, l'artefice del più evoluto vocabolario della lingua italiana che, privo di validi precedenti, nell'arco del secolo successivo, il XVII, tenne testa al celebre, ma più recente, Vocabolario della Crusca. Si tratta di un aspetto della nostra storia linguistica generalmente sconosciuto anche agli addetti ai lavori.
 Ma il Gonzaga va ricordato anche per i suoi contributi alla formazione di grandi collezioni d'arte come quella dei duchi di Mantova, o quella degli Uffizi a Firenze. Inoltre egli fu grande esperto di cavalli, di musica, compositore egli stesso, incaricato dal più potente rappresentante della sua dinastia (di colui cioè che portò il ducato virgiliano alla massima prosperità), Guglielmo Gonzaga, di ingaggiare i migliori musicisti del suo tempo.
 Il libro ha una storia curiosa: fu scritto oltre vent'anni fa, nell'arco di un triennio, su commissione di un ente pubblico, che poi, come spesso accade in Italia, non ne fece nulla; in questo lasso di tempo è stato così riveduto più volte dall'autore, ed ora esce per la prima volta nelle librerie.
 Per aggiornamenti potete seguire la relativa pagina Facebook: https://www.facebook.com/ScipioneGonzaga/

sabato 3 dicembre 2016

La discussa fine del figlio Luigi.

Una delle "ombre" che avvolgono la figura del Duca di Sabbioneta è costituita dal sospetto che egli avesse ucciso, con un calcio, l'unico figlio. Una circostanza che non è mai stata gradita alle autorità locali. Il prof. Franco Canova, storico, ne parla con l'Autore del libro. 


Il cugino omonimo di San Luigi
Luigi Gonzaga di Sabbioneta

Sarzi Amadè, è vero che Vespasiano Gonzaga uccise il figlio con un calcio?

E' quanto sostiene una versione ottocentesca, di quasi tre secoli posteriore, e dunque poco credibile. Stando ai documenti, la morte del giovanetto appare sospetta. Infatti Luigi Gonzaga morì a quattordici anni, e tuttora si conserva il suo testamento. Un particolare inquietante: mi dica quale ragazzo di quattordici anni può mai pensare di fare testamento! E' chiaro che si tratta di un falso. Infatti esso contiene disposizioni del tutto rituali, che si conciliano poco con l'età del soggetto.

Perché il testamento sarebbe falso?

Un fanciullo di quattordici anni, di norma non aveva alcun bisogno di fare testamento, perché non poteva ancora disporre di beni (a maggior ragione se il padre era vivo). Questo fu evidentemente dettato dal genitore, o dai giuristi, quando il ragazzo era appena morto: probabilmente essi ricordarono al Duca l'importanza di dimostrare con un documento legale che il figlio era spirato serenamente. Ma in un certo senso il testamento stesso lo dice...

Dunque il testamento stesso lo rivelerebbe?

Il notaio scrisse testualmente che il fanciullo volle di propria iniziativa fare testamento (pensate: a quattordici anni compiuti!) "affinché dopo la sua morte non sorga scandalo". Ora, premesso che la morte di un adolescente era molto comune all'epoca (non c'erano certo gli antibiotici!), perché mai nel caso di Luigi Gonzaga avrebbe dovuto provocare scandalo? Una morte per una malattia conclamata non era certo scandalosa, ma prevedibile. Inoltre siamo obbiettivi: ce lo vedete un ragazzo di quattordici anni conscio della morte imminente, sotto l'incrudire della febbre, che si preoccupa dello scandalo che seguirà al suo decesso? Chiaramente è un falso.


Un caso "proprio" della criminologia
Il cranio di Luigi Gonzaga, figlio del Duca.

Ma ciò che senso poteva avere?

Non possiamo sapere questo. Ma soltanto supporlo: evidentemente le cause della morte non erano del tutto limpide, e avrebbero potuto ingenerare complicazioni legali e politiche.

Il ragazzo dunque non morì di una comune malattia?

Se così fosse stato, dovremmo desumerne che il padre avesse informato il figlio, malato, che stava per morire, dandogli la possibilità di "testare". Ma ciò evidenzierebbe una crudeltà sconosciuta, penso, a qualsiasi padre.


Eppure, nei convegni a cui non L'hanno mai invitata, è stato sostenuto che, in base all'esame delle ossa, il ragazzo non poteva essere morto per un trauma fisico.
Questo fatto che il Duca possa avere ucciso (ricordiamo: del tutto accidentalmente!) il proprio figlio, non sembra molto gradita in loco. Dispiacerebbe che prevalesse la tentazione di usare il fondatore della città ideale come un'icona mediatica. Già negli anni Settanta fu propugnata la versione "pulita", e nel 1988, con il ritrovamento delle ossa, e dunque l'esame dei reperti, è stata commissionata un'analisi. Ma questa ha constatato il cattivo stato di conservazione delle ossa (al punto che, a detta degli esperti, non si potrebbe più neppure isolare il Dna), senza individuare le cause della morte, che rimangono sconosciute. Vorrei rimarcare che, in circostanze del genere, verità propinate come assolute, perdono, a mio avviso, di credibilità scientifica. La scienza diffida della parola "certezza".

Perché Lei, pur occupandosi da una vita di Vespasiano Gonzaga, per oltre vent'anni non è mai stato coinvolto in convegni e dibattiti sul personaggio da Lei riscoperto?

Temo che la risposta possa in parte dipendere da quanto si è detto; forse avrei potuto essere di disturbo.


Cosa può far pensare a una morte violenta?

La leggenda divulgata nell'800, secondo cui il Duca uccise il figlio con un calcio, è scarsamente attendibile. Ma ciò non significa che sia infondata. Non dimentichiamo che il Duca, in seguito alla tragedia, costruì, tra la sua città e il santuario dei Cappuccini, una propria residenza che chiamò Il Giacinto, dove negli ultimi anni della sua vita amava ritirarsi in cerca di solitudine. La simbologia di nomi e luoghi è eloquente.


Come si spiega il nome "Il Giacinto"?

E' un altro mistero. Ma ci sono due punti fermi: in Val Padana questo tipo di fiore non esiste; e nelle residenze del Duca i temi ricorrenti alludono alla storia romana e alla mitologia classica. In mitologia Giacinto è appunto l'amico che Apollo aveva ucciso involontariamente, giocando, e aveva trasformato nel fiore. Altri significati simbolici o allegorici non sono conosciuti. Il paradosso è che gli autori ottocenteschi che riferiscono la leggenda della morte accidentale di Luigi, mostrano di non avere alcuna consapevolezza che fosse esistito il Casino del Giacinto.

Quindi?

Quindi restano dubbi, inquietanti, ma pur sempre dubbi, sulle cause della morte. Uno storico non può allinearsi a direttive o tendenze.

 

giovedì 10 marzo 2016

Di nuovo il libro "Il duca di Sabbioneta" in televisione

Martedì 15 marzo, ore 14, l'Autore sarà di nuovo ospite in diretta di Stefano Golfari su Milanow (canale 191 del digitale terrestre). Tema: luci ed ombre del duca "maledetto". 



Sarzi Amadè parla di ricerche genealogiche



 In vista del periodo pasquale Luca Sarzi Amadè, autore del libro "Il duca di Sabbioneta" (premio letterario "Il Ponte" 2014) sarà nuovamente ospite di Stefano Golfari. Il popolare conduttore intratterrà il biografo di Vespasiano Gonzaga in una conversazione su alcuni temi del libro, che ci permettono di meglio comprendere, attraverso l'epopea del protagonista, anche la realtà attuale dell'Europa, oppure che suscitano curiosità nel pubblico (come i misteri legati alla morte della prima moglie e a quella del figlio). Nei mesi scorsi Sarzi Amadè ha avuto modo in varie occasioni di interloquire con i telespettatori, a proposito dei suoi libri. Tra questi "L'antenato nel cassetto. Manuale di scienza genealogica" (con prefazione di Franco Cardini, e  edito anch'esso da Mimesis) che si propone di aiutare tutte le persone interessate, a prescindere dal grado sociale e culturale, a svolgere ricerche genealogiche, o anagrafiche, in qualunque  tipologia di archivio, anche all'estero.

lunedì 23 novembre 2015

Un'evocazione del Casino del Giacinto?

Intorno al 1590 il duca di Mantova, Vincenzo I Gonzaga, si fece costruire, nel mezzo della tenuta di Bosco Fontana, un Casino. Lo progettò un architetto cremonese, Giuseppe Dàttaro, che forse si ispirò al Casino del Giacinto di Sabbioneta, oggi scomparso.




Progettato da Giuseppe Dattaro per Vincenzo I Gonzaga
Il Casino del Bosco Fontana (ph. by Salvatore Minniti)




 Nel gennaio del 1580 il duca di Sabbioneta fu sconvolto da una terribile tragedia personale: la perdita, in circostanze tenebrose, mai chiarite, dell'unico figlio maschio, Luigi, da lui tanto desiderato. Il duca infatti non aveva fratelli consanguinei; non esistevano quindi altri discendenti di suo padre Rodomonte, e neppure del nonno Ludovico. Il figlio, "bellissimo" secondo le testimonianze, era quindi destinato a succedergli alla guida dei suoi Stati. Ciò apriva nuovi scenari successori sul confine tra il ducato di Mantova e i dominii spagnoli in Alta Italia.
 Negli anni immediatamente seguenti, il duca Vespasiano Gonzaga costruì, poco fuori le mura di Sabbioneta, anzi tra il castello (dove il figlio aveva trascorso i suoi ultimi giorni) e il santuario dei cappuccini (che il Duca stesso aveva voluto nel periodo della propria permanenza in Spagna), un singolare edificio, denominato Casino del Giacinto.
 Palazzi e affreschi della "città ideale" erano per lo più ispirati a temi della classicità greca e romana. Il nome di Giacinto evoca infatti la leggenda di Apollo, che, secondo la leggenda, durante una gara di lancio del disco, avrebbe involontariamente colpito l'amico e compagno di giochi Giacinto, provocandone la morte. Addolorato dell'incidente, il dio aveva creduto di riparare al danno commesso, trasformando, con i suoi poteri magici, l'amico in un fiore, i cui petali evocano la sagoma della lettera Y, iniziale, in greco, appunto del nome Giacinto. Proprio questo tipo di fiore infatti è caratteristico dei climi secchi, mediterranei, dunque non della Valpadana.




Forse Giuseppe Dàttaro si ispirò al Casino di Sabbioneta
Il Casino del Giacinto, fuori di Sabbioneta (in una mappa del '600)



 Del curioso edificio abbiamo poche testimonianze. Una carta seicentesca mostra la sommaria planimetria della cerchia murata di Sabbioneta, e parzialmente, ai margini del disegno, un Casino con torri cilindriche agli angoli. Esistono inoltre alcune rudimentali descrizioni risalenti ai primi decenni del '600, cioè a pochi lustri dopo la morte del Fondatore. Sappiamo che Vespasiano Gonzaga era solito replicare, nella città da Lui ideata, edifici visti nel corso dei suoi viaggi in Europa. Alcuni esempi sono il Teatro, la Galleria degli Antichi, il Palazzo Ducale. Non sappiamo però quale prototipo avesse ispirato il Casino del Giacinto, per il quale gli storici dell'arte propongono un modello francese, sebbene il Duca non avesse attraversato la Francia che due volte, per raggiungere frettolosamente l'amata Spagna (una di queste ancora fanciullo), ed un'altra per ritornarne. Viaggi compiuti in condizioni difficili, e in tempi limitati, che ben difficilmente gli avrebbero consentito di soffermarsi a contemplare, e a ritrarre, monumenti.
 Se il Casino di Sabbioneta è ormai perduto, conosciamo tuttavia in ambito gonzaghesco una palazzina analoga. Parliamo del Casino del Bosco Fontana. Questo fu costruito intorno al 1590, quindi un decennio più tardi, al centro del ducato di Mantova. Committente il duca Vincenzo I Gonzaga, cugino alla lunga di quello di Sabbioneta. Progettista Giuseppe Dattaro, detto Pizzafuoco, un architetto di razza, rampollo di una famiglia cremonese di architetti legata allo straordinario cantiere della Cattedrale di Cremona. Ma anche ai Gonzaga di Guastalla, che, come il cugino di Sabbioneta, andavano costruendo allora, sulle rive del Po, anch'essi una propria "città ideale". Proprio il Casino di Bosco Fontana potrebbe essere -ricordiamo: in via del tutto ipotetica- una replica, non sappiamo se e in quali termini, del precedente, scomparso Casino di Sabbioneta.

giovedì 29 ottobre 2015

Domenica 8 novembre, ore 11, a pranzo con i Gonzaga

L'evento è stato annullato il 2 novembre a causa di un improvviso lutto che ha colpito uno degli organizzatori. L'iniziativa è quindi rinviata a data da destinarsi.



La strada che va al Bosco Fontana (da Google Maps)..

domenica 15 marzo 2015

A Desio, in Brianza, il libro è tra i più venduti.

Una piccola, ma attenta libreria, segnala il libro "Il duca di Sabbioneta" tra i più venduti. All'ottavo posto, addirittura davanti a un autore di best seller come Luis Sepùlveda. Secondo la classifica locale si tratta di un caso unico nella saggistica.






 La  libreria in questione, molto sensibile ai libri di contenuto, ma soprattutto attiva nel coinvolgere la popolazione, e nel creare eventi rivolti alla crescita anche umana del lettore, è l'ormai storica Libreria di Desio, in Brianza, tra Milano e Lecco. La cittadina è nota anche perché teatro, nel lontano 1277, della battaglia risolutiva tra i Torriani e i Visconti per la cattedra arcivescovile di Milano, battaglia che, come si sa, segnò l'inizio della signoria viscontea. Direttore della libreria (qui il link ) è il giovane dottor Emanuele Procacci, un appassionato di antichistica che ha metabolizzato lingue come il greco antico e l'egiziano geroglifico, coadiuvato dalla madre, la vivace ed appassionata signora Armanda Locatelli, che in decine di anni di studio matto e disperatissimo, ad onta della semplicità e della facondia, proprie di una pacata dirigente scolastica, ha assimilato anche l'ebraico e l'arabo (classico), e altre lingue antiche del vicino oriente (come l'accadico e il copto). Insomma, qui, tra i condomini e le (ormai spente) ciminiere, che affollano come funghi quella che fu per secoli una terra gaia e ridente, prescelta dal patriziato milanese per la villeggiatura, esistono ancora persone che, senza clamore, si adoperano con successo, pur tra mille difficoltà, per risollevare le sorti della lettura (quella vera) a beneficio di un Paese che proprio qui, nelle vicinanze, scrisse alcune delle pagine più significative della letteratura di tutti i tempi. Un esempio di cosa si può ottenere nel giro di pochi anni, nonostante la crisi, con una piccola libreria (e tanta convinzione!).

sabato 7 febbraio 2015

Uscita la recensione sul quadrimestrale Postumia

La nota associazione culturale mantovana ha pubblicato, nell'ultimo numero della rivista (pagg. 309-311) -che ha appena compiuto venticinque anni- una recensione puntuale e dettagliata, del libro "Il duca di Sabbioneta". La proponiamo ai lettori del nostro blog.




Il libro "Il duca di Sabbioneta" (dal servizio Mantova Tv).



Luca Sarzi Amadè, Il duca di Sabbioneta, guerre e amori di un europeo errante, Mimesis Edizioni, 2013, pagg. 400, ill. 370 (tutte nel testo), euro 24.

Finalmente, oltre vent’anni dopo la prima edizione (SugarCo, 1990), torna in libreria la biografia di Vespasiano Gonzaga Colonna, il fondatore di Sabbioneta, aggiornata su nuovi documenti, e corredata di un superbo repertorio illustrativo. Uscita, nella prima edizione, nel 1990, quando le conoscenze sul personaggio si limitavano alle due scarne biografie cinquecentesche (di poche pagine ciascuna) del Faroldi e del Lisca, e a quella, settecentesca, di Ireneo Affò, preziosa opera di erudizione (più che di storiografia in senso classico), essa ha rivoluzionato lo stato delle conoscenze su Vespasiano Gonzaga, il fondatore di Sabbioneta. Ricordiamo in proposito che le due opere ottocentesche, ossia il “Vespasiano Gonzaga” di Attilio Carli (1878), e così l’opera di Antonio Racheli su Sabbioneta (1849) – le uniche sull’argomento edite in epoca intermedia- risentono entrambe della moda risorgimentale, romantica, del romanzo storico, che lascia in secondo piano la fedeltà alle fonti, senza aggiungere alcunché di sostanziale (a parte la discussa “leggenda” sulla morte del figlio, in realtà mai chiarita) all’apporto dei testi precedenti. Bene: il libro “Il duca di Sabbioneta” di Luca Sarzi Amadè, è una biografia storica, ma diversa da quelle tradizionali: essa scorre come un romanzo (senza esserlo) su di un sostrato documentario quasi impercettibile (non note a pie’ di pagina, che appesantirebbero eccessivamente il testo, ma fonti in coda al libro). Frutto di una ricerca ultradecennale, partita da Mantova ed estesa via via ad archivi e biblioteche di vari Paesi europei (dalla Spagna alla Germania), l’opera del Sarzi Amadè ha tra le altre cose ricostruito per la prima volta nei dettagli il lungo periodo trascorso in Spagna dal Gonzaga, periodo cui biografi e storici precedenti avevano dedicato solo poche, sommarie pagine.
 Ciononostante, la nuova edizione è completamente rinnovata, ed aggiornata su fonti inedite. Pensiamo al manoscritto parmigiano, trascritto, nelle sue pagine più significative, in appendice, da cui si evince, con altri dettagli curiosi riferiti al Protagonista, che Vespasiano Gonzaga fosse triorchide (provvisto cioè di ben tre testicoli, particolare anatomico mai testimoniato prima d’ora). E che documenta episodi significativi della giovinezza del Duca, finora ignorati. Tra questi (per citare un solo esempio) l’incontro con l’imperatore Carlo V svoltosi nel 1541 alla Spezia, in vista dell’impresa militare di Algeri: il Gonzaga aveva allora nove anni. All’abboccamento, la nuova edizione dedica una delle pagine più belle, riproponendo, accanto a suggestive stampe dell’epoca (quali appunto una veduta del Golfo dei Poeti), il ritratto di Vespasiano Gonzaga bambino pubblicato dal Guidetti negli anni ’70, e poi chissà perché sistematicamente ignorato da studiosi e convegnisti che hanno affollato le manifestazioni mantovane in tutti questi anni. Ma la nuova edizione offre altre ghiotte sorprese. Ad esempio l’incontro – sin ora ignorato – di Vespasiano Gonzaga con Sofonisba Anguissola, svoltosi a Madrid nel 1568. La straordinaria pittrice cremonese vissuta alla corte di Spagna avrebbe infatti rappresentato – ma è soltanto un’ipotesi – una figura di riferimento proprio per il Gonzaga. Un altro esempio è costituito dalla scuola di pittura che Giuseppe Rivelli, originalissimo pittore cremonese del ’500, aprì a Sabbioneta nel periodo in cui il Duca si trovava in Spagna. Anche in questo caso, l’Autore colloca la fonte documentaria in fondo al libro, per non distrarre il lettore dalla narrazione, che procede con forte andamento descrittivo, quasi ad indurre i meno smaliziati a credere che il libro sia opera di narrativa, mentre in realtà è frutto di una ricerca, cui si aggiunge l’introspezione psicologica, costante in ogni episodio. Un saggio della scrittura, per chi volesse ascoltare un brano della biografia (letto dall’attore Alan Beccari), si trova su Youtube: basta cliccare le parole “Alcune pagine del Duca di Sabbioneta”. Ed essa apparirà, nel canale appositamente dedicato al personaggio (http://www.youtube.com/watch?v=zwiaBpKX7ZY).
 Un altro dei piatti forti di questa edizione, dicevamo, è costituito dalle illustrazioni, scelte una ad una dall’Autore, per lo più immagini d’epoca, intercalate al testo secondo il gusto dei libri antichi. A pag. 112 ad esempio un’antica incisione documenta l’assedio di Vicovaro, condotto dal Gonzaga, giovanissimo generale, nel 1556. A pag. 116 invece troviamo l’assedio di Civitella del Tronto, svoltosi l’anno dopo, nel corso del quale il Duca sopraggiunse con le sue truppe in soccorso della popolazione assediata. Si tratta, attenzione, di stampe dell’epoca, emerse nel corso di una estenuante ricerca, durata anni, quasi si trattasse di “istantanee” originali sulla vita del condottiero. E che perciò costituiscono un documento immediato, privo cioè di qualunque mediazione (quella dello storico o, appunto, del biografo, ad esempio), dei fatti descritti. Due esempi scelti a caso tra centinaia, cui si aggiungono solo in pochissimi casi opere invece di mano recente. Così, a pag. 13, siamo colpiti dal disegno di Aldo Falchi, artista di fama mondiale, che ritrae la statua di bronzo di Vespasiano Gonzaga collocata sopra il sepolcro del condottiero. L’Autore avrebbe potuto ricorrere ad una fotografia, invece, ci spiega lui stesso: “Raramente una fotografia ha la capacità di riprodurre la plasticità e il vigore di una scultura in bronzo di questo calibro. È raro che noi, visitatori distratti, ce ne rendiamo conto, ma, a differenza della fotografia, proprio il disegno (quello del vero artista) offre questa potenzialità, spesso sottovalutata. Questo è certamente il migliore in assoluto nella carriera di Aldo Falchi”.


Già nel 1985 l'Autore sosteneva che l'acquedotto di Segovia...

...ispirasse la Galleria degli Antichi a Sabbioneta.







































 Questo prova la cura che l’Autore ha posto nella ricerca prima, e nella scelta poi, delle immagini. Ma vogliamo citare un altro solo esempio: la planimetria che delinea strade e isolati di Sabbioneta, rimasti incompiuti alla morte del Duca. La troviamo a pag. 362. Si tratta, questa volta, di una ricostruzione (certo la più vicina in assoluto alla realtà storica) effettuata dall’Autore stesso, sulla scorta della propria lunghissima militanza archivistica. Pare incredibile, ma perfino pubblici musei ricorrono invece, per documentare l’aspetto originale di Sabbioneta, ad una veduta fantastica, di grande valore iconografico, ma priva di un qualsivoglia supporto filologico o documentario, oltre tutto eseguita qualche decennio fa.
 Ecco, a voler esser pignoli, forse ci sarebbe piaciuto saperne di più: vedere queste stampe, questi disegni ingranditi e commentati, affrontarne a tu per tu con l’Autore i dettagli, ma ci rendiamo conto che lo sforzo, non solo finanziario, del parto di questo volume, lo abbia impedito. Il libro, dopotutto, ci accompagna con le sue trame avvincenti per ben 400 pagine, e dobbiamo riconoscere che sarebbe stato eccessivo aggiungerne altre 400 per rispondere a tante ulteriori domande. Forse l’Autore ci riserverà una sorpresa prossimamente?
 Il libro ora dispone anche di un blog (ilducadisabbioneta.blogspot.it ) che annuncia le iniziative che lo riguardano (come la presentazione svoltasi lo scorso ottobre presso la nostra Associazione, oppure quella, in agosto, a Rivarolo Mantovano), e permette all’Autore di rispondere, pubblicamente o privatamente, alle tematiche proposte dai lettori. Come del resto la pagina dedicata al volume su Facebook, dalla quale, cliccando Mi piace, si possono ricevere aggiornamenti e approfondimenti sul tema (qui: https:// it-it.facebook.com/pages/Il-duca-di-Sabbioneta/460696697348564?hc_ location=timeline).
 Accanito topo d’archivio, il Sarzi Amadè, ma “sui generis”. Lontano dalle strombazzate manifestazioni più o meno accademiche, che caratterizzano (non solo) la nostra provincia. A partire dal convegno svoltosi a Sabbioneta nei mesi seguenti all’uscita della prima edizione del libro, in occasione del quadricentenario della morte del Protagonista, ormai vent’anni fa, e più, convegno al quale proprio il biografo del Duca non era stato invitato. Come se la sua opera non c’entrasse nulla con la materia trattata.
                                         

Le due fotografie sono tratte rispettivamente dal sito 1.bp.blogspot.com, e dal volume "Sabbioneta" di Micara Scalesse.